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Sul contrasto tra il nuovo art. 93, comma, 1 bis, D.lgs., 30 aprile 1992, n. 285 e successive modificazioni e le norme europee e internazionali vigenti.

Il decreto legge n. 113, del 4 ottobre 2018 (in G.U. 04/10/2018, n.231), convertito con modificazioni dalla L. n. 132 del 1 dicembre 2018, (in G.U. 03/12/2018, n. 281), ha disposto nel Capo II, Disposizioni in materia di prevenzione e contrasto alla criminalità mafiosa, (art. 29-bis, comma 1, lettera a), l'introduzione dei commi 1-bis, 1-ter, 1-quater, 7-bis e 7-ter all'art. 93 del Codice della Strada. La modifica introdotta dal c.d. Decreto Sicurezza I ha l’intento dichiarato di stanare e punire i “furbetti” delle targhe che immatricolano le loro auto all’estero intestandole a prestanome per risparmiare su bollo, assicurazione e per ostacolare la notifica di sanzioni. Le modifiche introdotte recitano: Art. 93. Formalità necessarie per la circolazione degli autoveicoli, motoveicoli e rimorchi 1. Gli autoveicoli, i motoveicoli e i rimorchi per circolare devono essere muniti di una carta di circolazione e immatricolati presso il Dipartimento per i trasporti terrestri.   1-bis. Salvo quanto previsto dal comma 1-ter, è vietato, a chi ha stabilito la residenza in Italia da oltre sessanta giorni, circolare con un veicolo immatricolato all'estero.   1-ter. Nell'ipotesi di veicolo concesso in leasing o in locazione senza conducente da parte di un'impresa costituita in un altro Stato membro dell'Unione europea o dello Spazio economico europeo che non ha stabilito in Italia una sede secondaria o altra sede effettiva, nonché nell'ipotesi di veicolo concesso in comodato a un soggetto residente in Italia e legato da un rapporto di lavoro o di collaborazione con un'impresa costituita in un altro Stato membro dell'Unione europea o aderente allo Spazio economico europeo che non ha stabilito in Italia una sede secondaria od altra sede effettiva, nel rispetto delle disposizioni contenute nel codice doganale comunitario, a bordo del veicolo deve essere custodito un documento, sottoscritto dall'intestatario e recante data certa, dal quale risultino il titolo e la durata della disponibilità del veicolo. In mancanza di tale documento, la disponibilità del veicolo si considera in capo al conducente.   1-quater. Nell'ipotesi di cui al comma 1-bis e ferma restando l'applicazione delle sanzioni previste dal comma 7-bis, se il veicolo non è immatricolato in Italia, l'intestatario chiede al competente ufficio della motorizzazione civile, previa consegna del documento di circolazione e delle targhe estere, il rilascio di un foglio di via e della relativa targa, ai sensi dell'articolo 99, al fine di condurre il veicolo oltre i transiti di confine. L'ufficio della motorizzazione civile provvede alla restituzione delle targhe e del documento di circolazione alle competenti autorità dello Stato che li ha rilasciati. (…) 7-bis. Per la violazione delle disposizioni di cui al comma 1-bis si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 712 a euro 2.848. L'organo accertatore trasmette il documento di circolazione all'ufficio della motorizzazione civile competente per territorio, ordina l'immediata cessazione della circolazione del veicolo e il suo trasporto e deposito in luogo non soggetto a pubblico passaggio. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni dell'articolo 213. Qualora, entro il termine di centottanta giorni decorrenti dalla data della violazione, il veicolo non sia immatricolato in Italia o non sia richiesto il rilascio di un foglio di via per condurlo oltre i transiti di confine, si applica la sanzione accessoria della confisca amministrativa ai sensi dell'articolo 213.   7-ter. Per la violazione delle disposizioni di cui al comma 1-ter, primo periodo, si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 250 a euro 1.000. Nel verbale di contestazione è imposto l'obbligo di esibizione del documento di cui al comma 1-ter entro il termine di trenta giorni. Il veicolo è sottoposto alla sanzione accessoria del fermo amministrativo secondo le disposizioni dell'articolo 214, in quanto compatibili, ed è riconsegnato al conducente, al proprietario o al legittimo detentore, ovvero a persona delegata dal proprietario, solo dopo che sia stato esibito il documento di cui al comma 1-ter o, comunque, decorsi sessanta giorni dall'accertamento della violazione. In caso di mancata esibizione del documento, l'organo accertatore provvede all'applicazione della sanzione di cui all'articolo 94, comma 3, con decorrenza dei termini per la notificazione dal giorno successivo a quello stabilito per la presentazione dei documenti. Quindi, escluse poche eccezioni di cui a breve, chi ha la residenza in Italia da oltre 60 giorni, se rinvenuto alla guida di un veicolo con targa estera, subirà una sanzione pecuniaria e il sequestro del veicolo ex art. 213 CdS. A riguardo si precisa che, a causa di altra criticabile norma del Codice della Strada (art. 207, comma 2 e 2 bis), il trasgressore, per evitare il fermo amministrativo immediato e i conseguenti ulteriori oneri economici, dovrà versare nelle mani dell’agente accertatore una ingente cauzione o pagare immediatamente la sanzione in misura ridotta. Ci si rende subito conto che il divieto così come formulato, rende punibili condotte tutt’altro che fraudolente (o mafiose, come si dovrebbe presumere dall’intitolazione del Capo II del decreto). Basti far riferimento a un caso di cronaca occorso nei primi mesi di vigenza della norma: la madre di uno studente che si è trasferito in Italia per continuare gli studi è andata a trovarlo con la sua macchina. Insieme intraprendono un viaggio fino alla prossima città per visitarla. Al ritorno, la madre, proprietaria dell’auto, è stanca e lascia la guida al figlio. L’auto viene fermata da una pattuglia della Polizia, gli agenti, riscontrati tutti i presupposti di legge applicano la sanzione pecuniaria e il sequestro previsti dall’art. 93 CdS. Si ipotizzi altrimenti il caso in cui uno studente, nell’ambito di un programma ERASMUS, si trasferisca per 10 mesi in Italia e si serva della sua auto straniera. Dopo solo 2 mesi di permanenza sarà passibile di sanzione ai sensi dell’art. 93, comma 1 bis e 7 bis. Ma vediamo le eccezioni previste. Dalla lettura del comma 1 ter, si evince che gli estensori della norma si sono posti il problema delle limitazioni della concorrenza e della libertà di prestazione di servizi nello spazio economico europeo che sarebbero potute derivare dalla introducenda norma e hanno, di conseguenza, escluso dal divieto chi è alla guida di auto concessa in leasing da imprese europee senza sede in Italia e chi guida l’auto del suo datore di lavoro europeo. Con tale eccezione, peraltro, s’introduce già il nuovo inganno a cui i veri evasori potranno ricorrere per continuare nelle loro condotte illecite: sarà sufficiente utilizzare aziende di leasing estere per continuare a condurre auto con targhe estere e non pagare, per esempio il c.d. maxibollo sulle auto di grande cilindrata. Ma il legislatore non ha approfondito di molto lo studio della compatibilità del divieto introdotto dall’art. 93, comma 1 bis, CdS con le norme europee e convenzionali consegnandoci una norma in eclatante contrasto con il diritto alla libera circolazione nello spazio economico UE e il diritto internazionale Convenzionale sulla circolazione dei veicoli.  Quindi, il nuovo illecito introdotto, senza centrare l’obbiettivo dichiarato, colpisce illegittimamente una moltitudine di soggetti che esercitano, come si vedrà appresso, il loro diritto di circolazione comminando pesanti sanzioni. La Direttiva CEE 83/182 sulle franchigie fiscali per l’importazione temporanea di veicoli a motore da altri stati membri, all’art. 3, stabilisce che “È concessa una franchigia dalle imposte e tasse di cui all'articolo 1 (ndr. imposta sulla circolazione dei veicoli, c.d. Bollo Auto), per una durata continua o non continua non superiore a sei mesi per ogni periodo di dodici mesi, all'atto dell'importazione temporanea dei veicoli da turismo, delle roulottes da campeggio, delle imbarcazioni da diporto, degli aerei da turismo e dei velocipedi, alle seguenti condizioni : a) il privato che importa i suddetti beni deve : aa) avere la sua normale residenza in uno Stato membro diverso da quello dell'importazione temporanea ; bb) utilizzare i suddetti mezzi di trasporto per uso privato” Per residenza normale l’art. 7, della stessa direttiva, s’intende, “ il luogo in cui una persona dimora abitualmente, ossia durante almeno 185 giorni all'anno (...) Tuttavia, nel caso di una persona i cui legami professionali siano situati in un luogo diverso da quello dei suoi legami personali e che pertanto sia indotta a soggiornare alternativamente in luoghi diversi situati in due o più Stati membri, si presume che la residenza normale sia quella del luogo dei legami personali, purché tale persona vi ritorni regolarmente. (…) La frequenza di un'università o di una scuola non implica il trasferimento della residenza normale. La direttiva impone agli Stati membri di astenersi dall’imporre le proprie imposte sulla circolazione di veicoli a persone che per meno di 185 giorni all’anno dimorino sul territorio Italiano o che, pur dimorandovi per un periodo più lungo, mantengano i propri legami personali in un altro Stato membro. Tornando al nostro esempio dello studente peraltro, la direttiva lo considera non residente nel paese ospitante a prescindere dal tempo che ci passa e quindi esentato dall’imposizioni dello stato ospitante. La norma di nuova introduzione vìola così una norma europea direttamente applicabile (vedi Sentenza della Corte di Giustizia – quinta sezione - nella causa Klattner del 29. maggio 1997, C-389/95) e prescinde dal concetto di normale residenza e dai 6 mesi concessi a ogni cittadino EU di circolare con un’auto estera sul territorio italiano. Infatti, punendo il residente in Italia da più di 60 giorni che è alla guida di un’auto con targa estera, di fatto lo si costringe a immatricolare l’auto in Italia e a pagare il bollo auto contravvenendo palesemente alla franchigia dalle imposte di cui sopra. Non solo, il divieto di circolazione sembra confliggere con il diritto di libera circolazione dei cittadini europei (art. 21 TFUE) nonché dei lavoratori (art. 45 TFUE). Infatti le sanzioni previste potrebbero essere un disincentivo a recarsi in Italia p.e. alla ricerca di un nuovo impiego. Pertanto, tutte le sanzioni ex art. 93 CdS emesse in presenza dei requisiti per l’applicazione della franchigia UE sono da considerare illegittime e, avendo sicuramente provocato un danno ingiusto, fanno sorgere in capo allo Stato Italiano una responsabilità per danni derivanti dal contrasto tra la normativa interna e una norma europea direttamente applicabile. Il Giudice chiamato a giudicare su opposizioni a sanzioni amministrative dovrà disapplicare la legge interna incompatibile o, perlomeno, procedere a rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea affinché si pronunci sul contrasto. Ma non è solo europea la normativa a cui i presunti trasgressori possono appellarsi per chiedere giustizia. La Convenzione internzionale sulla circolazione dei veicoli, del 8 novembre 1968, ratificata in Italia con L. n. 308/1995 ha tra gli scopi quello di regolare la “circolazione internazionale” dei veicoli tra gli Stati aderenti. In particolare, all’art. 1), dispone: (…) b) un veicolo è detto in "Circolazione internazionale" sul territorio di uno Stato quando: i) appartiene ad una persona fisica o morale che ha la propria residenza fuori di detto Stato; ii) non è immatricolato in detto Stato; iii) e vi è temporaneamente importato; Ogni Parte contraente restando, tuttavia, libera di rifiutare di considerare in "circolazione internazionale" ogni veicolo che sia rimasto sul suo territorio per un periodo superiore ad un anno senza interruzione di rilievo, della quale la Parte contraente può fissare la durata. Segue poi, all’art. 3, c. 3,: “Con riserva delle deroghe previste nell'allegato 1 alla presente Convenzione, le Parti contraenti saranno tenute ad ammettere in circolazione internazionale sul loro territorio gli autoveicoli ed i rimorchi che soddisfano alle condizioni definite dal capitolo III della presente Convenzione ed i cui conducenti soddisfano alle condizioni definite dal capitolo IV; esse saranno tenute anche a riconoscere i certificati di immatricolazione rilasciati in conformità con le disposizioni del capitolo III come attestanti, fino a prova contraria, che i veicoli che ne sono oggetto soddisfano alle condizioni definite nel suddetto capitolo III.”(testo in italiano allegato alla legge di ratifica n. 308/1995, GU n.174 del 27-7-1995 - Suppl. Ordinario n. 92). Il contrasto con questa Convenzione si avrà tutte le volte in cui il veicolo di proprietà di un residente all’estero ma nella temporanea disponibilità di un residente in Italia sia sottoposto a sequestro ex art. 213 CdS poiché se ne impedisce la circolazione sul territorio italiano. Notoriamente le Convenzioni internazionali di cui l’Italia è parte, hanno il rango di norma interposta nel nostro ordinamento (art. 117 Cost.)...

Perché la Germania è obbligata a risarcire i danni dei deportati italiani e delle stragi e a stare in un giudizio dinanzi ad un giudice italiano?

8/10/2012 - Dr. Joachim Lau[1] Perché la Germania è obbligata a risarcire i danni dei deportati italiani e delle stragi e a stare in un giudizio dinanzi ad un giudice italiano?   La sentenza della Corte Internazionale emessa in data 3.2.2012 nella causa Germania contro Italia, terzo intervenuto Grecia, 143/08 General List, ha condannato la Repubblica Italiana a rispettare il privilegio dell’immunità giurisdizionale della Repubblica Federale per i gravi crimini a danno dei cittadini italiani di cui lo Stato tedesco si è reso responsabile.[2] ) Tale pronuncia, cui l’Italia deve dare esecuzione in forza dell’articolo 39 della European Convention for the Peaceful Settlement of Disputes del 29 aprile 1957 mostra i suoi primi effetti. Recentemente la 1. Sezione penale della Corte di Cassazione italiana con riferimento a tale sentenza internazionale ha negato la sua giurisdizione rispetto alla parte civile costituitasi in giudizio penale contro il terzo responsabile, cioè contro la Repubblica Federale [3]), ponendosi volutamente in conflitto con la Sentenza n. 5044/2004 nel caso Ferrini [4]). Non è chiaro se tale cambiamento in forza di una automatica e cieca esecuzione del verdetto dell’Aja sarà riconfermato dalle Sezioni Unite o tramite una relativa legge. Il governo Monti ha infatti varato il disegno di legge n. 5434 alla Camera. Tale progetto mira a riaffermare l’immunità dello stato tedesco dinanzi alle corti italiane per i crimini contro l’umanità della deportazione, del lavoro forzato e delle stragi commessi dal terzo Reich crimini di cui la Germania è responsabile. Il regolamento di questi danni individuali sarebbe esclusivamente rimesso alla discrezionalità della persona che li ha commessi. Intanto lo stato tedesco da 50 anni si è rifiutato e continua tuttora a rifiutarsi di offrire alle vittime ed ai loro familiari un risarcimento e l’accesso alle sue corti. Il governo tedesco pubblicamente dichiara di non essere obbligato ad assumersi una responsabilità giuridica per i suoi gravissimi e riconosciuti illeciti internazionali[5]. Ai cittadini italiani non è nemmeno concesso di godere il diritto al giudice o una parità di trattamento in base al diritto europeo, come recentemente aveva confermato la Corte di Giustizia Europea [6]) .   Il sottoscritto si permette di ricordare che en passant il 3 febbraio 2012 la Corte Internazionale ha negato alle vittime di un grave crimine di guerra e contro l’umanità il diritto di chiedere individualmente un risarcimento dallo stato responsabile, rimandando il tutto alle scelte di politica estera e alle trattative interstatali che, nel caso della deportazione dei cittadini italiani, non hanno prodotto nessun risultato per oltre 60 anni[7]. La risoluzione del conflitto giuridico che la Corte Internazionale propone – al di là di ogni critica giuridica sistematica e dottrinale – potrebbe essere interpretata come un gravissimo attacco al diritto internazionale umanitario, in quanto si pone in profondo dissidio con i recenti strumenti del diritto internazionale umanitario, p.e. con l’articolo 8 comma 2 b XIV dello Statuto di Roma[8].   Bisogna comunque ribadire che la motivazione della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n. 5044/2004 nel caso Ferrini non ha perso la sua valenza nemmeno a seguito della sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012. Essa trova il suo fondamento nell' articolo 8 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nonché nell'articolo 15 del trattato di Pace di Parigi del 1947, nell' art 14 del Patto per i diritti civile, nell’ art. 6 della CEDU, nell' articolo 1 comma 3 della CARTA ONU e nell'art 24 della Costituzione italiana. Soprattutto, bisogna osservare che l’accertamento della prassi internazionale in tema di immunità appare molto criticabile. Anche dopo la decisione dell’Aja le corti nazionali continueranno in sede civile a emettere delle pronunce di condanna a carico degli stati stranieri responsabili di gravi crimini, negando loro ogni privilegio di immunità[9].   Purtroppo nella causa Ferrini e nelle altre cause dinanzi alle corti italiane non sono stati discussi elementi che - a parere del sottoscritto - rappresentano un ulteriore fondamento per la competenza giurisdizionale del giudice italiano e che garantiscono alle vittime, in relazione ai specifici fatti della seconda guerra mondiale, non soltanto il diritto al ristoro ma anche l’accesso ad un giudice che possa determinare il debito dello stato tedesco: L’accordo sui debiti del Reich del 27.2.1953 e il protocollo di Parigi del 23.10.1954. [10] La questione deve essere discussa nell’ambito del principio generalmente riconosciuto dal diritto internazionale, in relazione alla esplicita o implicita accettazione della giurisdizione di un Tribunale nazionale da parte di un altro Stato [11]), applicabile direttamente dal giudice italiano ex art. 10 della Cost.. Tale principio sussiste in base al diritto consuetudinario internazionale, come risulta dal lavoro della International Law commission , nella “Draft article 8 “ Jurisdiction may be exercised against a State which consents to its exercise” A State may give consent… .. by an express provision in a treaty or an International agreement or in a written contract in respect of one or more types of cases” [12]) La sua sussistenza è dimostrata dall’art. 2 della Convenzione Europea sulla immunità del 1972 di Basilea. Tale principio è stato trasfuso nell'art. 4 della legge 31 maggio 1995 n. 218 (Riforma del sistema italiano del diritto internazionale privato) che recita “Quando non vi sia giurisdizione in base all'art. 3, essa nondimeno sussiste se le parti l'abbiano convenzionalmente accettata”. La ILC aveva accertato che sussiste una prassi generale degli Stati secondo la quale la competenza giurisdizionale nei confronti di uno stato straniero può essere esercitata con il suo consenso sia con la sua espressa o implicita rinuncia al privilegio di immunità. [13] Appare molto strano che dinanzi alla Corte Internazionale né l'Italia né la Germania abbiano voluto discutere una tale rinuncia in relazione ai diritti individuali dei cittadini italiani  rispetto all’ articolo 5 , 17 e allegato VIII dell’Accordo di Londra del 1953[14]) per il regolamento dei debiti del Reich, convenzione ratificata e firmata in Italia soltanto nel 1966. Invano si cercano nella motivazione della sentenza del 3.2.2012 le circostanze e i fatti specifici che avevano posto le condizioni di tale trattato internazionale, il quale deve essere visto in collegamento con la restituzione della sovranità alla Germania Federale nel 1954 e l’obbligo della Germania non solamente di risarcire i cittadini italiani per i danni derivanti dalla sua occupazione bellica ma anche l’obbligo di accettare che i suoi beni esteri saranno resi disponibili per misure di pignoramento in funzione di un risarcimento dei creditori stranieri (Deutschlandvertrag Teil 6 Artikel 1 e 3 ) [15] Il fatto che tale strumento internazionale non sia stato oggetto di approfondita discussione dinanzi alla Corte limita notevolmente la portata e il significato della stessa sentenza ex art. 59 dello Statuto della Corte perché “The decision of the Court has no binding force except between the parties and in respect of that particular case.” . Questo comporta una limitazione dell’ effetto del giudicato limitato ai fatti e diritti della causa che sono menzionati nella sentenza. Un’estrema divergenza tra la realtà storica e giuridica e la motivazione della sentenza internazionale potrebbe costituire un motivo per chiedere ex art 60 dello Statuto un chiarimento alla Corte. In ogni caso, il giudice nazionale che deve applicare non solo il diritto internazionale consuetudinario ex. art 10 Cost., ma anche gli atti internazionali ratificati in Italia ex art. 87 e 11 Cost. deve valutare se in base a una esplicita o implicita accettazione della giurisdizione italiana da parte della Germania debba essere rigettata l’eccezione di immunità dello Stato tedesco nonostante la sentenza della Corte internazionale.   Andiamo in ordine storico: Con l’atto finale della Conferenza di Pace di Vienna del 1815 per gli stati europei ex articolo 118 § 15 è diventata vincolante la dichiarazione dell’8 febbraio 1815[16]), ,  ove si mette al bando la schiavitù in ogni sua forma e si promettono reciprocamente la sua abolizione e il diritto e obbligo delle corti di sorvegliare il divieto: In seguito alla conferenza sul Congo tenuta a Berlino nel 1884 è stato introdotto in Germania l’articolo 234 del Codice Penale, che vieta la schiavitù [17]. Con la legge introduttiva del codice civile tedesco nel 1896 è stato ammesso (all’art. 12 EGBGB) un rinvio alla legge civile del luogo dell’illecito, e quindi nel caso delle stragi e della deportazione durante la occupazione tedesca anche il giudice tedesco dovrebbe applicare la legge italiana. Il 1 gennaio 1900 entra in vigore in Germania il Bürgerliches Gesetzbuch (BGB), il Codice civile tedesco che stabilisce la responsabilità civile degli enti privati e pubblici, incluso il fisco nei confronti di terzi per i fatti illeciti e i danni causati dai relativi rappresentanti legali e del patrone per i suoi impiegati , Art, 839 BGB. Tra il 1907 e il 1910 l’Italia e la Germania firmano e ratificano la Convenzione dell’Aja sugli usi nella guerra terrestre, che obbliga gli stati a risarcire i danni dagli illeciti commessi dalle loro truppe di occupazione e vieta l’uccisione della popolazione civile e il lavoro forzato e inibisce agli stati belligeranti di abolire, annullare o dichiarare non azionabili le pretese dei cittadini appartenenti allo stato nemico (art. 23 H del IV. Protocollo). Tale diritto durante la seconda guerra mondiale è considerato già diritto internazionale generalmente riconosciuto. Dopo l’armistizio del 8 settembre 1943 le truppe tedesche catturano e deportano il più possibile civili ed ex militari italiani, dichiarati in seguito civili obbligati al lavoro in Germania nei campi di concentramento, in campi di lavoro e campi di rieducazione ove questi sono tenuti in condizioni di schiavitù, prevalentemente per farli lavorare nell’industria bellica tedesca. Soltanto nei primi tre mesi muoiono circa 50 000 deportati per effetto degli stenti e delle condizioni disumane, in media ogni deportato ha perso 9 kg di peso, secondo una statistica delle SS, - come erano precisi questi signori! - consegnata all’ambasciatore di Mussolini a Berlino. Circa 150.000 non sono tornati a casa e secondo una stima personale del sottoscritto altre circa 150.000 deportati dopo il loro rimpatrio hanno avuto soltanto una vita breve, arrivando al massimo a 40/45 anni. Dopo la seconda guerra mondiale nel 1947 viene stipulato a Parigi il Trattato di Pace tra gli alleati e l’Italia. La Germania non vi parteciperà. Lo stato italiano rinuncia a favore della Germania per se stesso e per i suoi cittadini a tutte le pretese che derivano dalla seconda guerra mondiale (art. 77 comma 4). La Germania in seguito non ha firmato questo trattato e non lo ha nemmeno convalidato nell’ Articolo 2 comma 2 del Deutschlandvertrag- Überleitungsvertrag del 23.10.1954 – stipulato per porre fine all’occupazione da parte dei tre alleati USA, Gran Bretagna e Francia. La rinuncia unilaterale dell’Italia anche alla luce dell’art 89 del Trattato di Parigi 1947 non ha nessun effetto sul diritto al risarcimento dei cittadini italiani. Anzi, la Repubblica federale tedesca nella sesta parte del Deutschlandvertrag promette di pagare il danno dell’occupazione bellica anche nei confronti dell’Italia in un futuro trattato di pace in cui sarà definito il destino della Germania finora divisa. Anche gli accordi di Bonn del 1961 non hanno regolato l’indennizzo dei deportati italiani, fatta eccezione per l’assunzione da parte della Repubblica italiana dell’obbligo di firmare e ratificare l’accordo di Londra del 27 febbraio 1953 sui debiti del Reich, firma e ratifica che si sono avute nel 1966. E’ importante sottolineare che questo accordo tra più stati stipulato a Londra è una convenzione quadro (Rahmenvertrag), che vale per tutti i futuri regolamenti dei debiti del Reich, inclusi i danni derivanti dalla occupazione tedesca (cfr. art. 5 comma 2 e 4 e Allegato VIII dell’accordo di Londra). L’accordo prevedeva principalmente due modalità di regolare il debito tedesco: sia mediante un regolamento globale - intesa tra lo stato creditore e lo stato debitore - sia mediante una decisione giudiziaria o arbitrale (Art. 3 lett. K+L ).   Lo scopo principale di questo accordo era da un lato di garantire alla Germania ovest il ritorno sui mercati mondiali senza che il patrimonio estero tedesco potesse subire sequestri o espropriazioni per i danni di guerra e i debiti che la Germania aveva contratto prima della guerra e dall’altro lato di assicurare che nonostante la moratoria per i danni di...

Sentenza CGEU – EUGH Urteil – C-145/99 del 7.3.2002

La Corte Europea ha condannato lo Stato membro  Italia per la mancata trasposizione della direttiva CEE n. 249/77  e il contrasto della normativa nazionale con gli artt. 52 (poi 43) e 59 (poi 49) del Trattato CE ostacolando così per decenni lo stabilimento in Italia di avvocati stranieri (UE). Link DE:  UGH Urteil 7.3.2002 Link ITA: CGEU 145. 99 del 7.3.2002

Sentenza Ferrini 5044-04

La prima sentenza della Suprema Corte di Cassazione che ha dichiarato la competenza giurisdizionale dei giudici italiani sulle domande di risarcimento del danno subito dalle vittime italiane dei crimini di guerra perpetrati dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Link: Sentenza Ferrini 5044-04

Sentenza Corte Costituzionale, n. 238 del 22.10.2014

La celebre pronuncia della Corte Costituzionale che, in applicazione dei controlimiti costituzionali, ha confermato la giurisdizione dei giudici italiani sulle domande di risarcimento proposte da ex deportati italiani (IMI) contro la Repubblica Federale Tedesca per i danni da questi subiti durante la deportazione e i lavori forzati nei Lager e nei campi di sterminio nazisti. La sentenza della Corte Costituzionale osta così all'ingresso, nell'ordinamento italiano, della sentenza della Corte Internzionale di Giustizia dell'Aja del 3 febbraio 2012 che aveva condannato lo Stato Italiano per aver ammesso le domande di risarcimento contro lo Stato tedesco davanti alla propria giurisdizione e che avrebbe in tal modo violato il principio di immunità degli stati esteri davanti alle giurisdizione di un altro stato. Link download: Sentenza n. 238-2014 (ITA)  Link download: Urteil Italienisches Verfassungsgericht 238_2014_(DE)